Il mito.  — La poesia porta lontano – Poetry goes far away

Originally posted on La poesia porta lontano – Poetry goes far away: Ti chiameranno ” il mito”? ti chiameranno ” amico”? celando i loro interessi sperando che tu abbocchi.? Si serviranno di te come si usa un compasso come si usa una penna? un bicchiere? un tubetto di dentifricio.? Sarai soggiogato? indottrinato pronto ad ogni…

via Il mito.  — La poesia porta lontano – Poetry goes far away

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21 luglio 2016 · 8:37 am

Preghiera

No, non i problemi,

loro continuano ad arrivare.

No, nemmeno le botte in pieno petto,

loro riecheggiano in potenti boati.

I pugni puntati sotto il mento,

l’estrema facilità con cui

si riesce a sfuggire la punizione.

Ma non è colpa tua,

togli le mani dal grembo,

smetti di pregare.

Una mano ferma a giurare

è tale e quale

ad una mano che non esiste.

Tu, se puoi, continua

a sperare.

Durer_mani_in_preghiera

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2 giugno 2016 · 4:30 pm

JUST THE WOMAN I AM: una marea rosa per le vie del centro, 11.600 iscrizioni e tanta allegria

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8 marzo 2016 · 8:27 pm

Ti ha divorato la mediocrità?

Crollo dalla stanchezza, eppure amo tanto questa scrivania, forse troppo per abbandonarla a se stessa in questo modo, durante il pieno dell’ispirazione. Da una settimana a questa parte siamo in due a sederle attorno: io ed una donna che sembra venire fuori direttamente da un quadro del Romanticismo. Non si tratta decisamente di una di quelle bellezze distinte, è piuttosto goffa immersa in quei panni sporchi e ingrigiti. Mi sbilancerò anche dicendo che, un po’, si porta dietro l’odore di formaggio e cemento. Mi guarda poco ma la vedo abbassare lo sguardo di tanto in tanto, ipnotizzata mentre cerco, non senza una vena di stizzoso imbarazzo, di poggiare la penna sul foglio.

Sembra che voglia a tutti i costi leggere ciò che scrivo ed anzi, sembra quasi che con il suo sguardo beffardo voglia lei stessa suggerirmi le stesse parole per le quali mi deriderà. Lo fa sempre, la becera vecchia, ed è sempre qui a scaldare la sedia accanto alla mia, qualsiasi cosa io faccia.

Di solito resta lì senza muovere un dito, non accende la TV, non leggere riviste, né libri, non fuma le sigarette che porta con sé. Nulla, resta immobile nella sua perpetua calma catatonica, attenta solo scrutare quello che faccio.

Ho provato a parlarle e dall’unica conversazione avuta con lei nell’arco di un’intera settimana, sono soltanto riuscita a scoprire che il suo nome è Medì, che è solo di passaggio e che qua, dice, non dà fastidio a nessuno. Ho persino provato a cacciarla via dalla stanza con le buone e le cattive maniere, con insuccesso; dopo ogni fallimento mi sono ritrovata a chiederle di dividere l’affitto, quantomeno.

Era a dir poco una presenza inquietante, pensai di essere impazzita non appena la vidi, proprio come mi avevano detto i poliziotti, la prima volta che era apparsa Medì. << Qui non c’è nessuno >> avevano detto con gli occhi sbarrati davanti all’indice puntato sulla sedia, per poi cominciare ad indietreggiare senza nemmeno voltarsi di spalle e a congedarsi con evidente imbarazzo intriso di commiserazione.

Dalla prima comparsa è andata via solo una volta, una mattina in cui dopo aver sostenuto un esame in università avevo preferito continuare a lavorare invece di mettermi a dormire. Era uscita silenziosamente dalla porta della stanza trascinandosi dietro con noia il sacchetto di pezza in cui portava solo del formaggio e un pacchetto di sigarette. Alla fine, però, ha fatto ritorno con lo stesso portamento di quando se n’era andata, per piombare puntualmente sulla sedia con lo sguardo fisso sui miei appunti.

Ho fatto delle ricerche l’altro ieri: con grande sorpresa scopro di non essere pazza, di non essere l’unica; anche altri hanno avuto a che fare con Medì. Il più chiacchierone scriveva tra gli altri : << Se voi che se ne va, devi fa’ er botto! >>.

<< In che senso… er botto? PS ma questa qui si nutre di qualcosa in particolare? Non mangia da una settimana. Ho paura che muoia di stenti e certamente non gradirei un cadavere in casa mia.. eppure ha il formaggio nella borsetta, ma non lo mangia. Grazie >>, mi ritrovavo a scrivere frasi senza senso in un forum in cui la grammatica sembrava un’utopia.

<< No no, quella non mangia. Sta lì, ferma, te guarda e ride. Devo dirti la verità, ti capisco… nun se po’ vive così. Na volta, mi ha pure detto che so’ ignorante, ma non è vero. E poi lei rideva ma non diceva na parola e mi so’ girati i suburberi e poi.. s’è zittita. >>

<< Ciao ZaroWoolf89, volevo chiederti ancora: come hai fatto a mandarla via?>>

<< Eh niente… Paranoia74! Me so’ sposato, me so’ licenziato perché me sfruttavano come’n toro e ho trovato posto da un’altra parte. Appena l’ho toccata che m’avevano preso al lavoro ed ero veramente soddisfatto, ha preso il sacchetto e se n’è andata. Sparita. Però la mia ragazza mica la vedeva eh.. no no! Se pensava che m’ero impazzito completamente. Insomma, un macello.>>

<<Mmm… grazie per la risposta esaustiva, ti faccio sapere >>.

La conversazione con ZaroWoolf89 aveva contribuito a creare un’ansia crescente provocata dai suoi sguardi costanti.

L’altro ieri, durante uno dei soliti tentativi di muovermi nella mia stanza cercando di evitare Medì e il suo odore ripugnante, sento il telefono squillare, telefono che, per la precisione è situato esattamente accanto a lei: formaggio e catrame, fusi insieme, in un’unica entità. Corro verso di lei in un salto coraggioso a naso tappato e riesco ad intravedere il numero del mio capo sullo schermo del telefono, devo assolutamente rispondere. Mi schiarisco la voce: <<Buongiorno Capo! Mi dica! >>

<< Deve passare in Redazione per firmare la sua promozione >> mi dice con voce non troppo entusiasta. << Certo Capo, arrivo subito! Non mi aspettavo che mi chiamaste nel mio giorno libero ma va benissimo così. Arrivederci. >>

Non mi ero mai resa di conto dell’investimento fatto comprando quel telefono fino al momento in cui, dopo il lancio del giavellotto della felicità, non ha incontrato il muro per poi cadere per terra senza nemmeno un graffio. Le cose sembrano andare per il verso giusto, almeno fino al momento in cui non incrocio nuovamente lo sguardo stizzito di Medì, con il suo sorriso beffardo. Il primo impulso è quello di abbracciarla per il troppo entusiasmo, subito ridimensionato alla prima inalazione.

Nemmeno questo successo, contrariamente a quanto pensassi, riesce a distogliere la signora dall’odio che nutre nei miei confronti : << Zerbino!>> dice, inizia a ridere in quel sorriso sghembo senza eguali nella storia. Sento un fastidio crescente impossessarsi come un’ameba della corteccia cerebrale, risentita dal fatto che non avesse, poi, tutti i torti.

Da quanto lavoro lì, 4 o 5 anni? Non ho ancora sentito la voce del mio capo dire qualcosa di carino e socialmente corretto a qualcuno che non fosse la sua segretaria, guarda caso sempre l’ultima a timbrare il cartellino d’uscita, non di certo per mera dedizione al lavoro.

Non posso nemmeno considerare l’idea di rifiutare tutto questo e ricominciare un nuovo percorso da stagista, questa è la mia prima promozione.

Medì mi guarda nuovamente: << Zerbino biondo! >>. <<Ma come, non hai parlato finora e adesso m’infesti di insulti? >> dico oramai senza un briciolo di pazienza nel serbatoio. << Ora basta, al mio ritorno devi andare via. Non farti trovare ancora una volta in questa stanza >>.

Mi vesto in fretta e furia, prendo la macchina e in dieci minuti, battendo ogni record personale di attraversamento del traffico, sono sul posto di lavoro. Entro in bagno per dare l’ultima sbirciatina al mio aspetto ma nello specchio rivedo l’immagine di Medì che mi fa indietreggiare dall’orrore. Sento entrare qualcuno, così lascio il posto al successivo: << Capo, buongiorno! Stavo giusto venendo nel suo ufficio. >> . C’è qualcosa nello sguardo del Capo che non ho mai visto e percepisco una nota di gentilezza nel suo tono di voce che mi lascia sconcertata, è proprio il tono di uno che vuole qualcosa in cambio. << Non c’è bisogno che si disturbi a venire al quarto piano, possiamo andare nello studio al piano terra, qui non c’è mai nessuno. Mi sembra proprio il caso di onorare un momento così importante nella carriera con reciproca compagnia, capisce? >> mi dice mentre sventola la mano in un gesto che avrebbe voluto essere simpatico, indice e pollice da destra a sinistra e viceversa. Con indignazione digrigno i denti e sotto gli occhi di Medì, ancora imprigionata nello specchio, rispondo con ferocia alla proposta appena ricevuta.

<< Doveva per forza esserci qualcosa di sbagliato in questa storia. Guardi, piuttosto faccio la ricercatrice, ma con lei, i suoi baffi spelacchiati e con il suo riporto in testa non voglio avere nulla a che fare.>>.

Inveisco finalmente contro Medì: <<Signorina! Stavolta torno in stanza da sola senza quella maledettissima puzza di formaggio e cemento. >> Il Capo, interdetto alla vista di una donna che parla con lo specchio, inizia anche lui a cambiare espressione per chiudersi infine in un ghigno di orrore che riconosco subito. Medì, però, sembra non essere troppo interessata alla mia minaccia e, ipnotizzata dalla vista del mio Capo, oramai completamente visibile ai suoi occhi, espone un sorriso giallastro per poi urlare <<Rimbambito!>>. Alza la mano verso di me e con un po’ di titubanza capisco che ha bisogno di aiuto per uscire dallo specchio, dal quale già si sporge il suo naso aquilino. Con l’alito di chi si è appena svegliato dopo mille anni di ritiro silente, si volta verso di me. << Adesso me ne vado con lui >> e vicino all’orecchio, con mio grande disgusto, mi sussurra: << Madame Mediocrité si congeda >>.

Poco dopo, un urlo irrompe nei corridoi dall’ufficio al piano terra del capo, tutti corrono a destra e a sinistra per paura di un incendio ma lui è semplicemente schiacciato sulla sua poltrona, con gli occhi sgranati ed il sudore grondante dalle tempie.

Subito dopo due infermieri dalla stazza imponente si avvicinano alla stanza e pochi minuti di colloquio sembrano sufficienti alla diagnosi dell’infermiera. << Mi sa proprio che qua, mio caro Fabio, si tratta d’infermità mentale, ricoveriamolo e vediamo che succede.>>.

Impugnando la mia borsetta, schiocco vivacemente i tacchi verso l’uscita con un unico pensiero in mente: Grazie Medì.

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4 marzo 2016 · 12:00 pm

“L’Italia prenda esempio dalle Nazioni del Nord: puntando sulla solidarietà sono felici e fuori dalla crisi” (FEDERICO RAMPINI)

…faccio le valigie!

Triskel182

I paesi più felici
NEW YORK . «Il problema dell’Italia? Avete disinvestito dal capitale sociale, quel capitale che è fatto di fiducia reciproca, di relazioni solidali. Per questo siete solo al 50esimo posto nell’indice globale della felicità». Parla Jeffrey Sachs, l’economista americano che è tra gli artefici del World Happiness Report. Lo incontro alla New York Society for Ethical Culture, alla presentazione di questo nuovo Rapporto sulla Felicità, con i coautori John Helliwell della University of British Columbia e Lord Richard Layard della London School of Economics. L’Italia è molto in fondo alla classifica, distanziata dalla Germania (26esima), dalla Francia (29esima), dalla Spagna (36esima). Peggio di noi, tra i paesi europei, sta la Grecia (102esima).

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Ue autorizza 19 prodotti ogm, inclusi alimentari. Greenpeace: “Voi vicini a Usa e alla Monsanto”

Triskel182

OGM

Tra in prodotti geneticamente modificati alcune varietà di mais, soia, colza e cotone, oltre che a due varietà di garofani come fiori da taglio. Ma Greenpeace accusa: “Le nuove autorizzazioni dimostrano che Juncker si avvicina agli Usa e a Monsanto (11 ok sono per suoi prodotti) piuttosto che ai cittadini dell’Unione”.

Bruxelles, 24 aprile 2015 – L’Unione europea ha sdoganato 19 prodotti geneticamente modificati, inclusi prodotti alimentari, cibo per animali e fiori recisi. “Tutti questi ogm (Genetically Modified Organisms) approvati oggi sono stati testati e dichiarati sicuri (per la salute umana) prima di essere immessi nel mercato europeo”, si legge in un comunicato dell’Unione europea. Tra i prodotti autorizzati, undici appartengono alla multinazionale americana Monsanto, precisa la commissione.

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Le citazioni pericolose: Peter Handke

S/G

532_peter_handke

Da Pomeriggio di uno scrittore (Guanda, 1987) di Peter Handke

Da quando una volta, per quasi un anno, era vissuto immaginando di aver perso il linguaggio, per lo scrittore ogni frase che scriveva e con la quale avvertiva anche la spinta alla possibile prosecuzione era diventata un avvenimento.

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